“Abramo l’ubriacone” di Angel Wagenstein

Premessa: è il primo libro che leggo di questo autore.

Abramo l’ubriacone o altrimenti detto el borracho, nella lingua che gli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492 continuano a parlare, vive a Plovdiv, ricca cittadina bulgara del ‘900. E non è il protagonista di questa storia. Abramo è la spalla del vero protagonista o meglio, direi quasi il gobbo, colui che tra una bevuta e l’altra snocciola perle di saggezza e racconti decisamente fantasiosi a suo nipote Berto.

La storia di Berto ha radici lontane, quando i suoi antenati scappano dalla Spagna e approdano in Bulgaria, in terra tracia. Una terra dove convivono diverse etnie e diverse religioni, dove il nonno ubriacone condivide il bicchiere e l’amante con i rappresentanti delle tre diverse fedi e tutti, vivono d’amore e d’accordo rispettandosi a vicenda. In quella Bulgaria che fu l’unico paese a non mandare neanche un ebreo nei campi di concentramento. Le radici dunque partono da molto lontano ma i rami si diramano nel ‘900.

La tenera storia d’amore tra Berto bambino e Araxi Vartanian, sua compagna di scuola armena, ha come sfondo gli avvenimenti susseguenti alla seconda guerra mondiale. Dall’instaurarsi del comunismo fino alla sua caduta passando per il conflitto israelo-palestinese e i primi disastri nucleari.

La narrazione della storia d’amore tra i due in realtà è unicamente un pretesto per raccontare di come diverse etnie e religioni convivessero in pace tra loro e come gli ideali, quando sono ciechi, sono capaci nonostante le migliori intenzioni di rovinare equilibri raggiunti con semplicità nel corso dei secoli. L’autore non fa alcuno sconto a ciò che il comunismo ha fatto al suo paese: Berto ritornando per un viaggio di lavoro da Israele dove si è trasferito trova un paese preda della corruzione, un paese che ha dimenticato il suo antico spirito di accoglienza e che pensa unicamente ad arricchirsi in un modo o nell’altro.

Questo è un libro di sconfitti. anche i morti sono degli sconfitti.

Lo sono i genitori di Berto (resteranno sempre sullo sfondo) che moriranno da partigiani per un ideale che annienterà il loro paese; lo è Araxi che cerca di dimenticare la deportazione e la malattia del marito vittima di un incidente nucleare nell’alcol; lo è il fotografo Papadopoulos che ultimo testimone di un mondo che ormai non c’è più si suicida; lo è Berto che decide di non lottare contro la malavita locale che si vuole impossessare di quella che era la sua casa e se ne va. Prendendo atto della situazione e lasciandosi tutto alle spalle. Questi personaggi sono talmente sconfitti dal corso degli eventi, dalla Storia, che non riescono neanche a darsi un pò di conforto gli uni con altri, restano lì a guardare i loro reciproci dolori senza sapere come fare per venirsi incontro.

Forse questa per l’autore è la peggiore eredità del comunismo, quel comunismo che voleva rendere tutti fratelli e che invece ha solcato tra le persone profonde trincee.

   “Abramo l’ubriacone” di Angel Wagenstein; Dalai editore

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