Tra chi va e chi resta

Qualche sera fa ho avuto una chiacchierata con un mio amico architetto che dall’anno scorso vive ed ora lavora all’estero. Stanco di essere pagato una sciocchezza per un lavoro a tempo pieno ha deciso di tentare all’estero: prima a Berlino poi a Berna.

Stamattina ho chiamato il mio veterinario di fiducia per un consulto ed ho scoperto che si è trasferito. Essendo di Amalfi credevo fosse ritornato dalle sue parti o che fosse nei paraggi di Napoli. No. E’ a Ravenna.

Mi limito a questi due casi per buttar giù due riflessioni sulla nostra emigrazione, di noi meridionali che andiamo a nord. Ma anche ad est ed ovest se se ne presenta l’occasione. Perché la verità è che purtroppo si è obbligati ad andare altrove se si vuole avere una piccola idea di cosa voglia dire lavorare con dignità.

Io sono anni che vorrei andarmene ma poi, visto che tra me e il mio compagno almeno uno di noi due guadagna abbastanza, si è sempre detto: “Vediamo come va poi si decide.” Perché se sei riuscito a creare la tua piccola impresa nonostante il salasso fiscale e i creditori che non pagano, resti. E lotti ogni giorno per portare avanti il progetto che hai. Anche se alle volte la tentazione di mandare tutto gambe all’aria c’è. Dunque, noi siamo tra quelli rimasti. Rimasti qui in questa terra che offre poco e prende molto, dove ogni giorno la rabbia può sopraffarti. Io ammiro quelli che sono andati via perché rappresenta anche un atto di coraggio: lasciare famiglia amicizie abitudini, andare in un posto diverso , parlare in alcuni casi una lingua che non conosci. Io l’ho fatto a 18 anni e di quel periodo ricordo anche una grande solitudine. Che se sai sfruttare diventa punto di forza.

Ed è vero che quando sei lontano da casa e soprattutto quando sei in un altro paese recepisci in modo diverso la realtà dell’Italia. Provi una grande rabbia e non riesci a capire come sia possibile che questo stato di cose si perpetui in eterno. Per noi campani poi basta mettere il naso fuori da Capodichino o dalla stazione per chiedersi perché si è tornati. Inutile raccontarsi storie: anche il più legato a questa terra ha questo impulso. Così come anche il più legato a questa terra non appena tornato da un soggiorno altrove che non sia sud (salvo sporadiche eccezioni) la diffama e la maledice.

Ed è quello che è accaduto al mio amico l’altra sera. E’ stata una telefonata che mi ha lasciato un fortissimo amaro in bocca. Ho pensato molto a lungo alle sue parole perché sono state in molti punti ingiuste, in altre del tutto assurde. A suo dire lui non tornerà in questo posto (Napoli e provincia) perché lì dov’è si vive in modo civile e il tuo lavoro è rispettato. E chi gli darebbe torto? Io, ripeto, sarei la prima a voler andare via. Ma da qui a scaricare la colpa su chi resta ne corre. Il mio amico è da circa un anno e mezzo che vive e lavora all’estero, passando per Berlino dove si è scontrato con una realtà simile alla nostra, dove gli hanno detto: “Vabbè!, che fretta c’è di pagarti: la tua ragazza lavora.”

Ora invece è in Svizzera dove si sa, le cose funzionano in modo diverso. Non voglio neanche approfondire l’idea poco aderente alla realtà che ha della storia di quel paese. Voglio approfondire l’idea che hanno coloro che vanno in cerca di ventura del paese che lasciano e di coloro che restano. E’ comodo ritornare nel proprio paese ed addossare la responsabilità di tutto ciò che non va a chi è rimasto dicendo: “Ma non lo vedete? Voi che fate!”

Facciamo nel nostro piccolo. Io per esempio conduco le mie piccole battaglie ogni giorno. Piccole come ottenere che il postino mi consegni la posta al mio domicilio e non a quello del vicino, chiamare la società per la raccolta dei rifiuti per capire perché da tre giorni non passano, spiegare al vicino che il suo cane non può defecare nel nostro viale. Insomma, cose che per l’appunto in un altro paese sarebbero normali ed acquisite già dal medioevo. Qui invece fa notizia che un tassista restituisca una borsa con 2.000 euro dimenticata nella sua auto. Mi hanno fatto talmente rabbia le sue parole perché è veramente troppo comodo dopo aver vissuto in un paese per più di trent’anni lavarsene le mani e fare come se il fatto non fosse il tuo. Giudicare dall’alto in basso coloro che restano (per un motivo o un altro) e che ogni giorno con fatica (fatica che chi ha vissuto qui a lungo non può aver dimenticato) portano il pane ai figli, conservano la loro dignità e la trasmettono agli altri non è coretto. Soprattutto se hai gettato la spugna. E’ troppo comodo fare l’emigrato e invocare la rivoluzione: tornate e lottate. Lottare vuol dire chiedere perché le cose non funzionano come dovrebbero, vuol dire non pagare il parcheggiatore abusivo che ti minaccia di danneggiarti l’auto, vuol dire non cedere al bullo di turno, vuol dire avere il coraggio di denunciare chi sfrutta il tuo lavoro. E’ vero che questi piccoli atti  qui diventano eroici ma purtroppo, la nostra è una terra che ha bisogno di eroi. Ed eroi nel piccolo sono coloro che restano e che non si piegano, che nel quotidiano portano avanti battaglie banali ma essenziali.

Ci si dice: “Ma come permettete che Berlusconi sia lì?” Ecco, cari italiani all’estero o nel nord Italia: aiutateci voi. Esercitate il vostro diritto di voto. Fatela la rivoluzione, votate dall’estero o toglietevi una fetta di pane da bocca e venite a votare alle amministrative e ai referendum. Dimostrate a noi che siamo rimasti che non siamo soli e che il nostro lavoro non è vano. Perché se riusciremo, non vi accoglieremo sul carro dei vincitori.

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