E al cine vacci tu! C’è il giro!

Se ci penso mi vengon in mente quelle volte che da bambina mi addormentavo di pomeriggio. Mi risvegliavo con quella luce viva, quasi estiva, del Meridione, e mi sorprendevo di trovare mio padre in mutande davanti alla tv, dove c’erano questi uomini che filavano su strade di montagna od in riva al mare. Per me il giro d’Italia è iniziato così o meglio, così ho iniziato ad amarlo. Il giro rappresentava un’occasione di condivisione con mio  padre, un gioco per imparare la geografia che all’epoca non amavo (quanti fiumi e quanti monti? E quali maggiori?), una forte attrazione verso le capacità degli uomini che in sella a due ruote andavano su e giù per questo paese. Certo, io non ho visto il giro degli anni di Bartali e Coppi dove veramente tutta l’Italia era lì ad attenderli dietro le curve ma anche per me il giro ha rappresentato il trait d’union del paese. Molto più che non il campionato di calcio che le squadre vanno e vengono e sempre una per volta. Altra cosa vedere tutti questi che vanno da nord a sud e da est a ovest insieme, chi davanti chi dietro ma insieme e che rappresentano appunto un unico filo che unisce, cuce, l’Italia. Poi mi si dirà “Si ma però il doping uno schifo” “E che la pubblicità” e chi più ne ha più ne metta ma il giro, è il giro. Tanto che ancora oggi quando penso che nel ’59 il giro è partito proprio da qui, da Ischia, con una gara a cronometro, mi viene da emozionarmi, da sentirmi importante: non so come spiegarvelo. Pensate ad Ischia nel ’59 dove di certo per ospitare una crono le strade dovevano essere migliori di oggi, pensate alla gente del posto che qui c’era ancora tanta miseria , ci si spostava a fatica da un comune all’altro, molti vivevano ancora solo di agricoltura. Ebbene pensate che ad un certo punto si vedono arrivare questa carovana di gente che per la prima volta partiva da qui per attraversare tutto il patrio suolo: Ischia caput Italiae. Ecco. Questo era ed è lo spirito del giro. Partire da un punto per arrivare in un altro ma in territorio chiuso e carico di bellezze. Oggi si viaggia spesso e facilmente ma pensiamo anche solo a quando ero bambina io, gli anni ’80: ma chi poteva permettersi di vedere le italiche bellezze? Pensiamo a quelli di Africo per esempio o di qualche remoto paese sperso nel friulano:  il giro mostrava loro il Colosseo, Il Duomo di Milano, la via Caracciolo a Napoli… Poi, si, certo, mica tutti come mio padre in mutande a casa sua nel pomeriggio. Che prima la tv mica era possibile per tutti, all’epoca erano tutti lì, al bar, tra un caffè ed un Campari magari; erano lì prima d’attaccare al lavoro e sudavano con i ciclisti, stringevano i denti e le chiappe sugli Appennini, ognuno viveva la sua piccola sfida e tirava con sforzo l’ultima pedalata prima della discesa. Ecco, il giro per me è ancora questo. Anche se lo vedo da casa mia e mio padre se n’è disaffezionato e da Ischia non son più passati. Anche se purtroppo alcuni si dopano. Il fascino del giro però, è nel nostro paese; che passa via veloce sotto le ruote di uomini che nonostante tutto, hanno ancora voglia di attraversarlo.  Da domani, per un’altra volta.

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