“Daniel Stein traduttore” di Ludmila Ulitskaya

Daniel Stein oltre ad essere traduttore è anello di congiunzione, tra popoli e religioni. Sappiamo di lui attraverso le lettere di coloro i quali nel corso del ‘900 sono stati in suo contatto. Perché ciò che non si dice di questo libro, nelle varie recensioni che ho letto, è che oltre a raccontare la vita di Daniel Stein, che altri non è se non Daniel Rufeisen, realmente esistito, racconta una parte della storia del popolo ebreo stanziato nell’Europa dell’est: dal tempo del nazismo fino all’acuirsi del problema israelo-palestinese degli anni ’90. Ciò, al di là della incredibile vicenda umana di questo ebreo riuscito a scampare alla morte in più di un’occasione, è uno dei tratti secondo me più degni di nota. Il racconto ci cala in questa spazio vastissimo che era ed è l’Europa dell’est mostrandoci le differenze tra i vari popoli che la mia generazione, quella che ha visto la caduta del muro di Berlino, ancora stenta ad individuare nelle sue particolarità. Queste particolarità in un certo qual modo vengono attenuate quando si parla di quello che alcuni hanno chiamato lo “Yiddishland” ovvero questo nazione che superava i confini geografici ad era accomunata dalle stesse tradizioni e dalla stessa lingua e cultura. Senza alcun giudizio di merito l’autrice narra del continuo peregrinare di questo popolo, che da un lato all’altro dell’Europa cerca una sua collocazione e che spera di ritrovarsi in Israele, un popolo che se è unito a livello di razza è profondamente diviso invece per nazionalità e in alcuni casi anche per religione. La religione è un altro elemento centrale di questo imponente romanzo. Daniel Stein è ebreo ma è anche frate carmelitano in Israele. Ed è qui che in verità viene fuori la potenza di questo personaggio. Potenza che chi non è molto a giorno di questioni religiose e teleologiche con molta fatica coglie. Credo che in particolare noi italiani riscontriamo difficoltà a cogliere le varie disquisizioni e problematiche teologiche ( a meno che non si sia studiosi della materia) datosi che il nostro studio delle religioni è in pratica circoscritto alla religione cattolica. Daniel Stein, ho detto, è anche anello di congiunzione tra religioni perché nel suo operare vi è chiaramente un superamento dei confini in cui le religioni sono state relegate. Egli ne vede la comune radice ed è proprio per questo che sarà amato ed odiato ma la sua visione unica della religione, come elevazione dell’uomo, in qualunque modo questa avvenga, è uno dei grandi insegnamenti della sua vita e se accolto di certo aiuterebbe molto la pace tra i popoli della terra d’Israele.

Questo romanzo è un romanzo epistolare. Attraverso lettere scritte in tempi diversi e da diversi personaggi noi conosciamo la storia; è da dire che questo metodo narrativo rende il racconto discontinuo ed in alcuni casi, attraverso lettere anche un pò noiose, lento e non appassionante. Ciò forse è dovuto anche al fatto che l’autrice da voce a molte storie, tutte sempre ricollegate a Daniel Stein ma forse, qualcuna in meno, avrebbe dato più respiro al lettore senza nulla togliere alla storia.

    “Daniel Stein traduttore” di Ludmila Ulitskaya ed. Bompiani

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