“Storia della mia gente” di Edoardo Nesi

Vero. Se non avesse vinto il premio Strega non l’avrei letto. In buona parte perché dello scrittore in questione non conoscevo nulla. Poi, alla fine, come ogni anno, mi ha incuriosito leggere colui il quale ha vinto l’ambito premio, nonostante il susseguirsi di cose poco carine che si dicono sul premio nel corso dell’anno.

Questo libro in verità non so neanche se lo si possa definire romanzo. Questo libro non fa null’altro che raccontare, in prosa coinvolgente, la triste realtà della piccola-media impresa manifatturiera italiana (che è indissolubilmente legata a quella dell’autore), quella che ha prodotto ciò che ha fatto si che il nostro paese divenisse sinonimo di stile e qualità e di come tutte queste esperienze accumulate attraverso generazioni di imprenditori che conoscevano i loro dipendenti e i loro acquirenti per nome sia morto. Non è un racconto che si compiace della débâcle ma è un racconto dove si vedono le mani muoversi, dove si capisce cosa voglia dire lavorare ad un progetto, essere felici di riuscire a realizzarlo e nel contempo migliorare di riflesso tutto ciò che c’è attorno. Si respira l’orgoglio di chi vuole realizzare qualcosa di buono oltre che bello, si percepisce con chiarezza come l’essere stati piccoli imprenditori in Italia a cavallo del boom sia stato veramente un fattore di crescita non solo individuale ma collettiva, lo vedi lo sforzo di un paese distrutto dalla guerra che guarda oltre e che una volta rimboccatesi le mani crea e cresce. Tutto questo, però, senza aiuto da chi avrebbe dovuto comprendere e preservare non ha retto alla globalizazione, al tutto per tutti di pessima qualità, alla corsa verso l’omologazione di qualunque mercato.

Certo, il succo della storia è piuttosto amaro ma è, a conti fatti, la constatazione di uno stato di fatto.

 “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi; ed. Bompiani

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