Dall’autunno all’inverno

La storia nella storia. La crescita non è solo quella nazionale, è anche quella del cittadino, solo, lasciato a sé stesso e che come la nostra Costituzione gli consente cerca di realizzarsi nel modo che più gli aggrada e che quindi cresce (o meno) nella direzione che vuole. Io pure, vorrei crescere, vorrei finirla con il diritto ed occuparmi di libri, vorrei poter avere la mente e l’animo libero da ansie e prendere la scopa e spazzare le foglie che questo autunno accumula dinanzi la mia porta, vorrei andare di là in cucina e visto l’acquaio infilare i guanti e lavare i piatti. Piccole cose mi si dirà che nulla hanno a che fare con la crescita del paese. Si, certo, è un punto di vista. Io invece ritengo che se seppur nella difficoltà in questo momento noi l’avvertiamo di essere sulla lama del rasoio, noi piccoli cittadini che nulla contano se non come entità numerica abbiamo questa brutta sensazione addosso che ci annichilisce, che ci taglia ancora di più se possibile la visione del futuro. Anche di un futuro piccolo come può essere quello di spazzare delle foglie in modo da consentire di uscire più liberamente o di lavare i piatti per poi cucinare di nuovo, creare cibo caldo che che nutre e ritempra per tornare di nuovo a lavorare, a creare quel di più che Marx chiamava il valore aggiunto rispetto al lavoro, quel di più che ti da la possibilità domani di tornare ad uscire di casa e ritornarvi a sera per spazzare le foglie, lavare i piatti, trasformare il cibo e via così. Insomma, a crescere nel piccolo. E invece siamo giorno dopo giorno a rincorrere cifre che rischiano di concretizzarsi, di rilanciarci o escluderci e il piccolo che a poco a poco cerca di crescere può poco, cerca di capire e nell’attesa rischia di fermarsi, rischia che le foglie dell’autunno con l’arrivo dell’inverno diventino melma che non gli consentirà più di uscire di casa.

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