Parigi di quasi cento anni fa

Parigi di quasi cento anni fa è un posto che non esiste più. E’ posto di cui forse qualche anziano parigino ne serba ancora memoria, memoria che è ampiamente aiutata dalle mitiche foto di Cartier-Bresson, Doisneau e Atget solo per nominare alcuni fotografi a cui inevitabilmente va il pensiero quando si associano Parigi e fotografia. Dicevo, quella Parigi di cento anni fa non esiste più, se ne ricordava bene mia nonna, nella sua infanzia, ma già mia madre, nella sua di infanzia, aveva difficoltà a ritrovarla; certo, c’erano ancora le vecchie Halles ma di lì a poco sarebbero state destinate a scomparire.

Ciò che è certo è che la mia generazione, che ha conosciuto ancora un’altra evoluzione di Parigi, quando legge il primo Hemingway e cose di gente che in quegli anni gli è girata attorno oppure dell’altro gruppo che potremmo definire in quel periodo contrapposto quanto meno per cultura, quello degli esistenzialisti, che ruotavano attorno Simone De Beauvoir e Sartre non può non provare un certo tuffo al cuore perché Parigi sarà pure cambiata (ed in meglio in alcuni casi) ma la toponomastica è rimasta quella ed allora quasi cammini con il caro vecchio Hem per il Luxembourg e non puoi non pensare che potresti trovare Simone de Beauvoir seduta lì su una panchina a leggere o a parlare con Sartre o Camus oppure che passando per rue Vaugirard potresti incrociare Picasso e con lui andare ad un café sui boulervards, mollarlo lì e andare da Shakespeare & Co. a vedere se c’è qualcosa di nuovo e trovare Joyce in un angolo prima che vada a cena magari con i Fitzgerald. Insomma, quando si legge della Parigi degli anni ’20 si ha questo senso di leggerezza, direi di possibilità che aleggia nell’aria e che per forza di cose ti fa sospirare, percepisci, nei libri degli scrittori che ho nominato ed in altri un fermento culturale che attraverso le mie letture non ho ancora visto realizzato in un nessun altro luogo o tempo. Però quello era un luogo ed un tempo dove la vita se si vuole era più facile ma Parigi, come Milano d’altronde, era una città povera, da qui una certa facilità nel quotidiano. Oggi un giovane scrittore con moglie non potrebbe mai vivere al quartiere latino in attesa di essere pubblicato. Basta leggere alcuni romanzi di Simenon in cui la città è popolata da uomini e donne che arrancano, in palazzi come quelli che c’erano a rue roi de Sicile in pieno Marais dove non c’erano servizi igienici (ed anche Hemingway a rue Cardinal Lemoine ne era sprovvisto), dove c’erano bambini abbandonati a sè stessi (come insegna il caso di Edith Piaf) per capire che non era proprio il paradiso in terra. Certo, c’erano anche persone ricche ma quelle, in Francia come altrove, fanno storia a sé. Ed allora tutto ciò per dire che? Per dire che noi lettori leggendo di quel periodo proveremo sempre un, diciamo così, magone incredibile sfogliando quelle pagine e respirando un clima, un fermento culturale che a noi non è dato di ritrovare ma quella Parigi lì, quel luogo incredibile dove la vita era semplice, il vino a buon prezzo e tutti erano più o meno, ma in genere più, disposti, non tornerà più. E la grandezza di quegli anni, raccontate da tante voci, dobbiamo tramutarla in energia lì dove ci troviamo perché quella Parigi è uno stato dell’anima che rimane dentro ognuno di noi.

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