“Gita al faro” di Virginia Woolf

lScrivere due righe su un romanzo così conosciuto e che è, possiamo dire, un classico, mette sempre in soggezione. Non è facile, si ha paura di essere presi per presuntuosi e intanto però è insito nel libro il suscitare emozioni, l’invogliare considerazioni; insomma, è compito del libro provocare reazioni, nel bene e nel male. Sta al lettore, chiunque esso sia, qualsiasi bagaglio culturale egli abbia, farsi avanti e dire ciò che ne pensa.

E dunque eccomi qui a scrivere di un libro che giaceva sul comodino tra i libri di prossima lettura da svariati anni, da quando lessi “Le ore” di Michael Cunningham, vincitore del Pulizter di non ricordo che anno ma di molti anni fa ormai e che mi aveva folgorato per l’intrecciarsi della storia di Virginia Woolf con quella di Mrs Dalloway e la lettrice del romanzo “Mrs Dalloway”. Ebbene, terminato il romanzo di Cunningham mi resi conto di non saper proprio nulla sulla Woolf. Alle volte capita no, di essere ferrati lettori ma di avere delle carenze così ed allora non so come comprai “Gita al faro” e non so perché è rimasto lì per tanti anni. Ad ogni modo quest’anno mi sono risolta ad affrontarne la lettura nonostante mia madre mi avesse detto che non le era piaciuto.

Bon courage, ne ho iniziato la lettura e sulle prime mi è sembrato un pò polveroso, nel senso molto vecchio romanzo dell’800, con questa figura di donna molto vecchia maniera, donna di casa a cui non sfugge nulla e che cerca di mettere tutti quelli che le sono accanto a proprio agio, sempre lì a giocare il ruolo di centro del focolare mentre attorno a lei si agitano e svolgono passioni che sembra non in grado di percepire. Insomma, una figura di donna lontana anni luce da quell’immagine di modernità che avevo della Woolf e quando il primo capitolo si chiude con la rinuncia alla gita sembra quasi che la vera rinuncia sia quella della signora Ramsay a lottare per realizzare il desiderio di suo figlio. Ecco, la prima parte è così, vecchia maniera. Ma è la seconda parte che imprime al romanzo la sua vera forza, che svela tutti i caratteri dei personaggi e che da un rilievo incredibile alla figura della signora Ramsay, si percepisce che senza di lei la polvere prende il sopravvento su tutto, che era lei il vero collante della famiglia e delle loro relazioni tant’è che nella terza parte gli amici tornano a unirsi nella vecchia casa ed anche se la gita al faro si farà nessuno più avrà il giusto animo per affrontarla e non sarà più un piacere, ma un inutile ricerca di un passato che non c’è più e che non tornerà più; anzi, un passato a cui non si vuole più tornare, un passato che è sepolto e che non si vuole più riesumare.

Infondo “Gita al faro” può essere visto come la descrizione del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dove si scopre che ciò che si riteneva importante non lo è più, la gita al faro è il momento in cui si incomincia a fare strada alla propria personalità in mezzo alle altre prendendo forse per la prima volta delle posizioni e cercando di mantenerle. Stilisticamente l’imprimatur di tutto il romanzo è nella seconda parte, se ci si fa scoraggiare dalla prima che è un pò lenta e molto descrittiva si rischia di perdere un libro bellissimo che vi inseguirà di tanto in tanto per molto tempo.

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