“Martin Eden” di Jack London

Non fosse stato per Corto, Corto Maltese, probabilmente solo un caso mi avrebbe portato a scoprire questo autore. E devo anche dire che ho iniziato a leggerlo più come un tributo a Corto e al suo papà Hugo Pratt che con spirito libero, immaginandomi fin da subito un racconto avventuroso nei mari di chissà quale oceano ed invece siamo quasi sempre sulla terra ferma, in America, vicino San Francisco.

Martin Eden è un marinaio che tra un ingaggio su una nave e l’altro conosce una ragazza di cui si innamora, di poco più grande di lui e di una classe più agiata e soprattutto più acculturata della sua. Martin non si fa illusioni sulle distanze che lo separano dall’oggetto del suo amore ed è ben deciso a colmare tutte le lacune della sua educazione e della sua cultura per poterle superare. Non potendosi permettere dei libri si iscrive alla biblioteca pubblica, comincia a crescere culturalmente e ben presto si rende conto che se vuole restare accanto alla sua amata non può più lavorare come marinaio. Ecco dunque che Martin decide di vivere scrivendo e vendendo racconti; solo che questi ultimi non vengono comprati dalle riviste a cui li spedisce e nessuno dei suoi familiari, né tanto meno la sua fidanzata, hanno fiducia nelle sue capacità, ognuno a ripetergli che deve cercarsi un lavoro. Martin non perderà fiducia  in sé stesso e continuerà sempre a scrivere e spedire i suoi lavori, sempre, anche impegnando l’unico abito buono che possiede per rendere visita a Ruth la quale, dopo più di un anno di fidanzamento senza aver visto arrivare il successo, lo lascerà. E da qui in poi il successo invece arriverà grazie ad un solo lavoro pubblicato ed apprezzato che spianerà la strada a tutta la sua produzione che era stata così a lungo e pervicacemente rifiutata.

Durante la lettura ogni tanto viene da dirsi: “Ma caro Martin, lo vedi che non è cosa… Lascia perdere, trovati un lavoro.” Perché in questo racconto è la testardaggine del protagonista a venire fuori, a mostrare come (se si vuole) il mito americano diventi realtà, quel mito di stampo calvinista che dice che basta impegnarsi e gli obiettivi presto o tardi si raggiungono. Martin li raggiunge tardi, quando ha perso tutto ciò per cui lottava e ciò nonostante, dopo un breve periodo di smarrimento, riprende il suo lavoro, ciò in cui  credeva e  che intendeva utilizzare come trampolino di lancio per affermarsi in un mondo che non lo prendeva sul serio.

Di questa storia non vi rimarrà impreso solo il protagonista per quanto abbia carattere ma anche i luoghi in cui egli si muove. Quest’America di inizio secolo, ancora molto simile all’Europa i cui discendenti qui installatisi ne seguono ancora usi e costumi dando per certi versi l’idea di un paese un bigotto e socialmente strutturato in classi molto chiuse tra loro, poco incline ad offrire apertamente a chiunque quella chance che potrebbe permettere di migliorare.

Un libro che ogni aspirante scrittore tutt’oggi può prendere come sprono a perseverare qualora ritenga di avere la stoffa dello scrittore.

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