“Un pò di giorni passati in ospedale”

Poco più di una settimana fa è morto mio zio. Certo, non a tutti interesserà la sua morte ma tant’è. E’ morto a casa, dopo una malattia che ha fatto un’impennata in pochi giorni. Pochi giorni per lo più trascorsi nell’unico ospedale che c’è sull’isola. Unicità di certo oggettiva che non fosse stato per il Commendatore Rizzoli chissà se avremmo poi mai avuto agio di pensare ad esso per la sua unicità soggettiva.

Quando si è affianco ad una persona cara che si sa essere vicina alla morte si è piuttosto presi da sé stessi, non si guarda intorno con troppa attenzione ma, in una stanza dove oltre al vostro malato ci sono altre  cinque persone, le cose cambiano. Cambiano perché al signore che è affetto da demenza senile che urla come un ossesso ti aspetti che prima o poi qualcuno faccia qualcosa, lo calmi. E nel frattempo tuo zio che soffre già di suo alza gli occhi ancora vispi al cielo. Cambiano perché ti aspetti che al signore ultra novantenne che è alle tue spalle e che chiede che venga cambiato perché si è fatto sotto non si faccia aspettare quasi un’ora. Nel frattempo tuo zio spera che nell’arco di tempo che gli infermieri ci mettono la faccia anche lui così non gli toccherà attendere poi chissà quanto. Cambiano perché dinanzi alla scortesia gratuita di un’infermiera nei confronti del tuo caro moribondo in un’altra occasione non avresti sprecato quei pochi secondi a chiederti se hai visto e capito bene ma avresti tempestivamente gridato e chiamato immediatamente il responsabile (sempre se fosse stato in loco) e palesato la tua indignazione. Cambiano perché ti può capitare sempre nella stessa stanza un pazzo, uno che si definisce tale e che da caramelle per esempio a tuo zio che anche se più di là che di qua ha comunque il diabete e che ancora non sai come, ha avuto il riflesso di sputarla. Nel frattempo che intervenga qualcuno, avrà pensato, meglio non ingoiarla. Cambiano perché sempre al pazzo di cui sopra termina la flebo e si è di domenica pomeriggio poco dopo le 14:00 e non c’è un infermiere che fosse uno nei corridoi e i campanelli sono in black-out. Cambiano perché mentre sei lì che cerci di capire dove poter trovare qualcuno si materializza un altro degente che dice di sapere come si toglie una flebo e al pazzo, dall’ago rimasto in vena, comincia a sgorgare sangue che cerchi di tamponare con un fazzolettino perché non c’è un batuffolo d’ovatta nel raggio di chissà quanto. Poi si verrà rimproverati; ma voi, che avreste fatto? Nel frattempo tuo zio non fa che ripeterti che vuole riposare ed hai voglia di rispondergli che siamo in ospedale per questo ma d’altronde, come fare a riposare in una camera dove per ogni malato ci sono almeno due visitatori e che trattandosi per lo più di persone anziane (al di là del pazzo) per comunicare urlano tutti? E si, zio, io vorrei tu potessi riposare ma qui la Basaglia forse non è stata recepita… Sai mai. Cambiano perché alla fine questa specie di lunga primavera che abbiamo avuto fin qui ha deciso infine di abbandonarci e nonostante l’aria condizionata renda la camera calda come i tropici a tuo zio che ha freddo e vorrebbe una coperta viene risposto che non sono partiti i traghetti e che quelle che erano state mandate in lavanderia non sono arrivate e che quindi qualche familiare deve portarne da casa. Nel frattempo tuo zio ha chiuso gli occhi ed ha sospirato mentre chiamavi a casa perché qualcuno venisse a portarti quella in più che è nell’armadio dell’ingresso. Cambiano perché nel momento in cui incontri qualche medico od infermiere che fa il suo lavoro con passione realizzi che non sei al circo o in una candid-camera ma in un ospedale. E che tuo zio è lì perché sta per morire. Altri ce la faranno e ricorderanno la loro degenza, magari ricorderanno pure di me che sono stata lì con loro a sentire fatti non miei, a dare un occhio a malati che non conoscevo, a cercare un infermiere, a vivere situazioni alla limite dell’incredibile. Altri, non mio zio, la sua memoria di quei giorni sarò io.

 

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