“Il giorno dei morti” di Cees Nooteboom

Non so cosa mi attendevo da questo libro e l’ho acquistato per due motivi. Il primo è che non conoscevo l’autore e un’amica me lo aveva consigliato, il secondo, è che la storia si svolge principalmente a Berlino, città che adoro.

Ciò detto la storia raccontata è una non storia, nel senso che ciò che accade al protagonista è unicamente una scusa per fare una serie di riflessioni sulla Storia, die Gesichte, i rapporti tra le persone, tra quelle che si conoscono e quelle che non si conoscono e che si conosceranno, su il modo diverso di percepire gli eventi… Ecco, è un libro così, lento, che va affrontato con molta pazienza e con la predisposizione a fare a propria volta delle riflessioni su grandi e piccoli temi. La storia parte e torna a Berlino perché Berlino è la città che meglio può rappresentare il vero giro di boa del ‘900. Fino a che il muro era ancora in piedi la contrapposizione tra due mondi, quello del capitalismo e quello del comunismo, era un pilastro portante del nostro quotidiano, del nostro immaginario; con la sua caduta si è aperto un mondo altro e una nuova fase storica su cui tutti abbiamo almeno una volta fatto un’analisi, su ciò che era prima, ovvero “prima” fino ai tempi della seconda guerra mondiale e poi, quando nonostante la riunificazione le cicatrici sono rimaste lì, sotto i nostri passi esortandoci  a non dimenticare. Mai. Perché il mea culpa che si respira per Berlino, tra ciò che resta del muro e ciò che è stato eretto ad imperitura memoria del crimine nazista è continuo e non vi si può restare indifferenti. Ecco, questo può essere forse un punto di partenza per comprendere ciò che c’è nelle pagine di questo libro, l’incapacità all’indifferenza, la reazione a certi eventi, a certi stimoli che incontriamo nel nostro personale cammino.

Sconsigliatissimo a chi non è predisposto a letture lente ed impegnative.

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