Trentenni in recessione

Recessione. Ormai l’anno detto tutti. Ci manca solo che domattina il contadino vicino casa mia me lo ripeta. Ci si aspettava panico generalizzato ed invece, calma quasi piatta. Infondo noi in recessione ci eravamo già da un pò, per esempio da quando il Governo Berlusconi si ostinava nel suo incredibile ottimismo e noi cominciavamo a mettere da parte le monetine nel salvadanaio. Per cui, null’altro che la concretizzazione di un’intuizione. Recessione, ovvero recedere da qualcosa, in qualcosa. In cosa? Noi trentenni recediamo nel nostro presente. Siamo condannati, un pò come Sisifo, a vivere un lunghissimo presente che non propone evoluzioni se non in peggio. E già, perché per noi trentenni recedere vuol dire non poter fare programmi, vuol dire non pensare a riprodurci o a riprodurre ricchezza attraverso la creazione di un’ impresa. Poi dicono il posto fisso. Ma certo, come devo fare il piccolo imprenditore se non ho fondi? Il discorso di cui nessuno tiene conto in questi giorni, neanche mio padre che è disperato perché in pratica non lavora più come libero professionista (geometra), è che noi, a differenza dei nostri genitori, non abbiamo avuto modo di mettere da parte neanche un euro ed anche oggi, quando ci proviamo, ci viene preso da una bolletta che inaspettatamente aumenta nonostante noi si faccia le umane e divine cose per ridurre i consumi. Si, riduciamo i consumi, è certo, lo sappiamo che per aiutare il Paese i consumi devono aumentare ma noi non possiamo, credetemi, fare di più anzi, già tanto che non torniamo a vivere con mamma e papà. E quindi da questo angolo in cui siamo ci guardiamo attorno con perplessità, non riusciamo a capire se i nostri sforzi sono vani o meno, se le nostre alternative sono tali o meno; nel frattempo, recediamo tutti insieme ma a due velocità diverse ed questa diversità che ancora una volta ci marca.

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