“L’officina del diavolo” di Jáchim Topol

Ci troviamo a Terezín, Repubblica Ceca, la nostra voce narrante vi ha appena fatto ritorno dopo aver passato un periodo di detenzione durante il quale è caduto il muro di Berlino che ha sancito la fine del comunismo nel blocco dell’Est. In questa cittadina ritrova i pochi che non sono scappati e Lebo, che da quando è nato, verso la fine della seconda guerra mondiale, cerca e conserva tutto ciò che può tramandare la memoria del luogo che è stato punto di snodo da dove si spedivano gli ebrei, gli zingari, gli indesiderati, nei campi di concentramento nel resto dell’Europa dell’Est. Ma la semplice conservazione della memoria collettiva sfugge un pò di mano e diviene ad un certo punto idea commerciale, tour dell’orrore con visita a celle, camere di tortura, vendita di gadgets a tema, magliette (“Se Kafka non fosse morto prima sarebbe passato di qui”) e quant’altro fino a che le autorità si svegliamo dalla narcosi in cui erano sprofondate e con le ruspe, distruggono tutto. Ma le avventure del nostro in ciò che l’Europa dell’Est non ha dimenticato non finiscono e giunge in Bielorussia dove l’opposizione al governo ha messo su un vero e proprio parco il cui tema è l’orrore. L’orrore dei delitti dei tedeschi contro gli ebrei, dei russi contro gli ebrei, dei tedeschi contro i russi e viceversa… Insomma, non avendo null’altro per attirare i turisti, per attirare i dollari e l’attenzione internazionale ci si vende la Storia, quella brutta, quella crudele; perché la curiosità morbosa degli occidentali che da tempo hanno cominciato a fare i conti con un passato di violenza rende molto più che il silenzio omertoso di cui l’Est Europa ancora si ammanta.

Questa la trama ma il libro è una profonda riflessione sull’Europa che noi consideriamo dell’Est (se leggerete il libro capirete perché ne scrivo così), su questi popoli che fino a poco fa erano lontani anni luce da noi, dal nostro modo di vita, dalle nostre aspirazione e che da un giorno all’altro si sono ritrovati a doverci rincorrere per non essere ulteriormente tagliati fuori dalla storia. E’ una riflessione su quanto la nostra soglia di indignazione sia oggi elastica, su quanto la morbosità superi di gran lunga il ritegno, su quanto noi che eravamo al di qua del muro viaggiamo ad est di Berlino con spirito un pò di conquista, più alla ricerca di noi stessi che non con l’intenzione di comprendere ciò che c’è stato e c’è oggi, come se la cosa non ci riguardasse.

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