“Il libro russo dei sogni a colori” di Gina Ochsner

Sarà che tra me e la letteratura americana non c’è più feeling? Chissà, eppure gli ultimi due libri di scrittori, scrittrici americane, m’hanno deluso. Parlando di questo, nello specifico, l’incipit è promettente ma si perde quasi subito. Muovendo da uno dei personaggi, Olga, veniamo catapultati anni dopo nella Russia del periodo della guerra in Cecenia, in una cittadina triste in Siberia, in una palazzina dove vivono vari personaggi diversissimi tra loro, di religioni usi e tradizioni le più varie ma accomunati dall’essere tutti, a loro modo, piuttosto particolari o, forse, semplicemente dall’essere degli spiantati, gente che non ha saputo trovare un proprio posto nella Russia post URSS. Seguiamo le loro vicissitudini a tratti fantastiche o meglio, fantasiose, fino al momento in cui nel racconto non s’incardina un gruppo di americane di origine russa attraverso i cui occhi vediamo la realtà nuda e cruda, per quello che è: triste.

Quello che io rimprovero a questo libro nello specifico e ad altri simili in generale, è questa tendenza a voler ambientare romanzi nell’ex blocco sovietico che, è un dato di fatto, oggigiorno è piuttosto triste e a voler nascondere questo dato con improbabili descrizioni fantasiose, come se gli scrittori non sapessero più creare un’opera bella, meno fantasiosa, con più appigli alla realtà, senza dover per forza raccontare favole improbabili che stringi stringi, non lasciano nulla se non pagine su pagine di noia. Stona anche la sensazione che, chi scrive, tenta di dare un’idea della Russia e del suo popolo, composto da differenti popolazioni, quasi caricaturale.

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