“Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka

Ma che voce narrante forte quella di questo libro che riesce a evocare le tante donne che hanno lasciato le loro famiglie per andare incontro ad un futuro vagheggiato migliore che poi si è risolto essere duro, scontroso, solitario, umiliante. Fin dall’inizio veniamo invasi dalle tante voci che formano la storia del libro, della costa pacifica dell’America, di un popolo che si è ritrovato altrove e che attraverso le donne, il sesso considerato debole ma che da sempre svolge un lavoro immenso, stringendo i denti, ingoiando amarezza, dolore, solitudine, mettendo al mondo nuovi esseri che si spera siamo migliori di chi li ha generati ha cercato piano piano, con il lavoro, con il capo sempre chino, di guadagnare rispetto, di riscattare la sua povera posizione di partenza e che allo scoppio della seconda guerra mondiale ha dovuto abbandonare tutto ciò che era riuscito a realizzare per dimostrare a chi l’aveva accolto di non averlo tradito.

Ah, grandezza delle donne! La storia parte dalle donne, da una che diventa dieci, cento, mille, che lasciano il Giappone per andare incontro a mariti che non conoscono e che si piegheranno alla sorte, sia essa buona o cattiva, che sanno anche dall’infelicità, dal mancato amore, dal mostruoso lavoro trovare la forza per andare avanti, per creare e procreare e dare la forza a chi viene dopo di esse di imporre la propria presenza. Un libro veramente bellissimo la cui prosa vi trascinerà con sé per qualche ora ma che lascerà in voi un senso di sazietà, di soddisfazione per la giustizia che rende a quelle donne giapponesi che nel loro piccolo, con la loro forza, hanno contribuito a costruire un po’ della ricchezza americana.

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