“Il filo del rasoio” di W. Somerset Maugham

Che penna sublime quella di questo autore che con grande garbo e savoir faire ci introduce tra i suoi personaggi e si delizia di mostrarceli da tutti i possibili punti di vista, quelli migliori e quelli un po’ meschini. Come se fossimo appollaiati sulla spalla di Maugham seguiamo la storia che prende inizio alla fine della prima guerra mondiale e termina attorno ai primi anni ’30 quando quello che era il “bel mondo” ha cessato definitivamente di esistere, quando come dire, l’alta aristocrazia ha cessato di essere così irraggiungibile e la borghesia ha cominciato a rimpiazzarla (borghesia che gli americani, con il loro spirito, rappresentano alla perfezione). Potremmo dire che questo libro, in versione lieve ed ironica, può essere un proseguo dell’affresco tracciato da Proust (la cui prosa è decisamente più costruita) sul mondo dell’alta aristocrazia che passa poi il testimone a Hemingway (prosa più asciutta ancora di Maugham) che in quegli anni invece vive la Parigi bohemienne un po’ come il Larry della storia.

Maugham in quarta di copertina dell’edizione Adelphi dice che quella del romanzo è una storia rosa ma tralascia di dire che la costruzione della narrazione di questo amore è da thriller (con tanto di morto alla Simenon) ed è questo, al di là delle piacevoli e indovinate descrizioni degli ambienti e del milieu sociale, che rende questo romanzo avvincente.

 

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