Napoli come seta grezza

Di tanto in tanto capita che qualche amico che non si vede da quasi dieci anni chiami e dica: “Ciao! Dal giorno … al… sarò a Napoli, ci rivediamo per una pizza?” Fa piacere rivedere qualcuno con cui si sono trascorsi bei momenti e, anche se il meteo promette (e mantiene) tempesta, si va all’appuntamento. Così ci si rincontra e, visto che nel centro storico di Napoli in effetti è da un po’ che non ci si passeggia, ci si muove a metà strada tra il turista e l’anfitrione, anche perché anni addietro abbiamo già percorso assieme quelle stesse strade; certo, c’erano negozi diversi e forse un po’ di veracità in più ma è comunque bello trovarsi di nuovo insieme e ricordare e riscoprire la città.

Sotto un diluvio che lava ed allaga le strade optiamo per una pizza da “Di Matteo” che la compagna del mio amico non conosce e certo non si può andare in uno di questi nuovi franchising, per far assaggiare un piatto per cui siamo conosciuti in tutto il mondo, come la pizza. Vuoi mettere? Ci sono ancora le foto di quando c’è stato Clinton. Da “Di Matteo” capita che si sia amici con uno della famiglia dei gestori e che si venga trattati da signori, che addirittura alla fine del pranzo oltre a venirci a chiedere se tutto era a posto non ci si intimi di andarcene con l’ultimo boccone ancora a mezz’aria e ci si riservi il privilegio di restare lì a chiacchierare. E chi conosce il posto sa che è un’eccezione. Usciti di là tra mille saluti calorosi prendiamo un caffè all’angolo con Piazza San Gaetano e qui capita che i baristi, sentendoci parlare francese, ci chiedano un prontuario di frasi per relazionarsi con i turisti francofoni e metà in francese, metà in italiano, comincino a raccontarci una serie di piccoli aneddoti spassosi. Anche da qui usciamo tra mille saluti a parlando con il mio amico ci crogioliamo al pensiero di quanto questa città sappia, nonostante le sue asprezze, essere cordiale, amichevole ,accogliente.

Il cielo non sarà blu ma non piove più e allora si decide di andare a Castel Sant’Elmo ‘che alla bimba che è con noi di certo piacerà. Chiuso il Castello optiamo per la Certosa di San Martino, luogo bellissimo e da cui si gode una altrettanto bellissima vista sulla città. Purtroppo l’occhio prima di volgersi al panorama viene catturato dall’immensa coltre di bottiglie di birra che si offre impietosamente alla vista al di sotto della balconata. La fortuna vuole che il bello dalle città prevalga e che non ci si soffermi più del dovuto sullo sfregio che quel cumulo fa a Partenope. Passiamo l’ingresso ed ad un certo punto, ad almeno venti metri di distanza, sentiamo chiamare: “Signoraaaaaaa! Signoraaaaaaa!!!” Ci giriamo perché sai mai e…. La signora che tanto gentilmente viene chiamata era la mia amica. Dunque? “L’ombrellooooooooo!!!!!!! Non puòòòòò entrareeeeeeee!!!!!!” Io un po’ imbarazzata traduco e la mia amica ridendo, forse per la chiamata folcloristica, va a consegnare il suo ombrello per il quale non le viene rilasciata neanche una ricevuta. Passato il momento di imbarazzo penso a mostrare ai miei amici i pezzi forti di questo museo. Limitandoci ai due più noti dirò che la “Tavola Strozzi”, debitamente protetta da uno spesso vetro, era priva di illuminazione e la fortuna ha voluto che i miei amici, attraverso un remoto ricordo, riuscissero a rappresentarsela. L’altro capolavoro da non perdere, il presepe Cuciniello, è il caso di dire veniva fuori dall’oscuro come la luce di un faro in mezzo al mare di notte, tanto che i miei amici con sorpresa, una volta abituata la vista alla scarsa illuminazioni in cui ci muovevamo, hanno scorto il resto della collezione; una delle più famose se non la più famosa la mondo.

Ecco, questa è Napoli. Bella è bellissima, lo riconoscono tutti e forse chi non è di questi luoghi è più disposto a tollerare alcune mancanze che rendono la sua bellezza una bellezza a metà; perché quando si tollerano l’incuria e la maleducazione in nome di un’asserita bellezza quest’ultima non può che essere a metà e così Napoli è bella come la seta, ma una seta grezza, lucente alla vista, ruvida al tatto.

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