“La fine del ceto medio” di Massimo Gaggi, Edoardo Narduzzi

Poiché non si vive di soli romanzi che spesso rappresentano un momento di evasione  e visti i tempi che si impongono con tutto il loro peso nel nostro più immediato quotidiano, ponendoci interrogativi sempre più forti, sto dedicando un po’ di tempo a comprendere meglio cosa sta accadendo. Questo libro come altri dell’ultimo periodo e dei periodi futuri, rientra nella mia personale categoria “approfondimento”.

Ciò premesso i due autori, un giornalista ed un manager, danno una loro lettura di come il ceto medio, quello che è stato il maggiore propulsore dello sviluppo dalla rivoluzione industriale ad oggi, stia tirando l’ultimo respiro a favore di una estremizzazione sociale: da un lato i super ricchi che per vari motivi non rientrano nell’analisi del libro e dall’altro, una massa di persone tendenzialmente allineata su un reddito che ha di poco superato la soglia di povertà ma che arranca, composto dalla vecchia classe operaia che nel tempo ha migliorato la sua condizione e da quella parte del ceto medio che per effetto della globalizzazione ha visto erodere il suo potere d’acquisto e pertanto ha perso la sua posizione sociale.

Il discorso dei due autori prosegue attraversando varie tematiche tutte figlie della globalizzazione che in pochissimo tempo ci ha travolto eliminando di fatto molte delle differenze tra i paesi e le popolazioni e ci è riuscita con marchi che in tutto il mondo sono riconoscibili e che rappresentano ormai i feticci, i nuovi denominatori di un ceto che è diventato massa di consumatori da un capo all’altro del pianeta. Certo, come pongono in evidenza gli autori, fenomeni come Starbucks, Ikea, H&M sono anche frutto di lungimiranza impreditoriale ma sul lungo periodo risultano essere l’estremizzazione del capitalismo inteso come produzione continua di beni di consumo il cui desiderio viene costantemente indotto attraverso ogni mezzo. In particolare permettendo alle classi meno ambienti di omologarsi “esteticamente” ai ceti superiori e soprattutto attraverso una riduzione dei costi (il famoso low-cost) raggiunta attraverso la de-localizzazione delle attività produttive in Asia dove il costo del lavoro è molto basso contribuendo a innescare così fenomeni estremamente importanti. La crescita economica di paesi che fino a pochi anni fa erano ancora molto arretrati, dove il tasso di povertà era molto alto: con l’aumento del reddito si è creata la condizione per l’instaurazione di un mercato in cui vendere quei prodotti che vengono prodotti su larghissima scala. La de-localizzazione ha impoverito la classe media occidentale che lentamente è andata a confluire nella massa indistinta di consumatori che preferisce consumare quanto più è possibile credendo di mantenere così lo status sociale perduto (vedere Duesenberry) e il conseguente problema delle nuove generazioni occidentali che stentano a trovare lavoro e che causa il problema della sostenibilità del Wellfare in quei paesi che hanno una scarsa crescita demografica e industriale. Ciò che non convince di questo libro è la tesi finale per cui sembra quasi che l’unica cosa da fare è soggiacere alla società “low-cost” ed anzi cercare di assecondarla sempre più pena il crollo del sistema ed accettare le modificazioni sociali che essa ha causato. Va detto che questo libro è stato pubblicato nel 2006 è che forse gli autori oggi rivedrebbero questa sintesi che chiaramente non è più sostenibile; resta  il fatto che il loro lavoro è ben documentato, abbordabile da chiunque e oltre ad aver indovinato alcune previsioni sulla crisi attuale, da spunto a molte riflessioni.

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