“Caino” di José Saramago

Tra quelli che ho letto forse uno dei più belli di Saramago; se non altro perché qui, più che altrove, è viva e forte l’ironia che in altri romanzi forse era troppo sottile. In questo romanzo i protagonisti sono due, Caino e Dio. Caino e Dio sono fin da subito in rapporto stretto, da prima ancora cha Caino nascesse e fosse destinato all’agricoltura (occupazione che svolge intanto perché il Signore ha cacciato i suoi genitori dall’Eden). Caino cresce ed un bel giorno Dio, per un non ben precisato motivo, solo perché così gli andava, rifiuta il dono di Caino e accetta quello di suo fratello Abele innescando la gelosia che porterà Caino a commettere il crimine per cui tutti lo ricordano. Ma Caino non è stupido e quando si sente accusare per il reato che egli riconosce aver compiuto non ci sta a prendersi la colpa tutto da solo: se è vero che il Signore è ovunque e tutto vede e tutto può risolvere, sapendo e vedendo ciò che stava per fare Caino non ha mosso un dito per cui, secondo il fratricida, Dio è quanto meno co-responsabile. Caino viene condannato all’esilio e vagando tra luoghi e tempi diversi è testimone dell’arbitrio e della deliberata crudeltà di un Dio che non ama gli uomini, che mente, che non rispetta i legami affettivi tra le persone, che per la realizzazione dei suoi progetti è disposto anche a sacrificare innocenti.

Un racconto che atei e agnostici apprezzeranno di certo perché affronta di petto e con ironia le questioni che si sono posti tutti coloro che, cresciuti nella religione cattolica, ne hanno sempre messo in discussioni i caratteri di assoluta bontà e che dinanzi a certi racconti della Bibbia hanno spesso dubitato dell’amore di questo Dio per i suoi figli.

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