“Una giornata di Ivan Denisovič, La casa di Matrjona, Alla stazione” di Aleksander Solženicyn

Tre racconti per rappresentare l’anima del popolo russo nel suo periodo più buio, quello del comunismo guidato da Stalin. Ognuno di questi racconti  è una rapida pennellata con cui l’autore premio Nobel ci offre una visuale sul popolo russo in epoca sovietica e per chi non la voglia di sciorinarsi tutte le pagine di “Arcipelago Gulag” sono un ottimo punto di partenza per gettare uno sguardo su quegli anni.

Nel primo racconto viviamo la vita del gulag seguendo per una giornata un detenuto, l’Ivan Denisovic del titolo. Lo seguiamo dal mattino fino alla sera e chi legge non si accorge che si tratta solo di 24 ore perché la descrizione di tutti i piccoli accorgimenti presi  per sopravvivere alla prigionia raccontati in poche pagine sono invece il frutto da anni di detenzione e ciò che per un detenuto è ormai routine per noi non lo è e l’autore sa che certi gesti, certe azioni, non sono naturali per chi nel gulag non ci è mai stato ed è per questo che il lettore già di primo mattino è affaticato dalle varie operazioni di vestiario per non soffrire troppo il freddo, dal modo come procurarsi qualche razione di cibo, da come passare i controlli indenne e poi dalle lunghe, sterminate giornate di lavoro nel freddo siberiamo, uomini contro uomini… Per poi tornare di nuovo al campo dove non è detto che sia concesso il riposo. Seguendo i pensieri del nostro protagonista ci troviamo a fare  i conti con un microcosmo regolato da leggi proprie, un po’ alla “Homo homini lupus” dove vi sono uomini che in questo circolo infernale ci si trovano per ragioni talmente assurde che nonostante l’evidenza della crudeltà del sistema che ve li ha spinti continuato ad avere fede nella grande rivoluzione socialista e altri che invece, registrano la sconfitta di ciò per cui hanno lottato.

Il secondo racconto è più intimistico, direi quasi poetico, si è catapultati in un ambiente da fiaba nei boschi dove c’è questo professore e questa vecchietta che cominciano a vivere insieme e lentamente stringono un rapporto affettivo, di quelli un po’ indefinibili che riempiono con la loro semplice presenza e a cui infondo non si chiede molto. La vecchia contadina, Matrjona, è una persona buona che nonostante tutto continua a fare del bene a tutti quelli che le chiedono aiuto, senza ottenere nulla in cambio, anche se viene derisa per tale sua bontà; è una persona ancora legata a vecchie tradizioni e provata dalla vita conduce la sua esistenza placidamente, credendo nelle cose in cui ha sempre creduto tentando di resistere alle pressioni che vengono dai suoi familiari interessati unicamente a spartirsi i suoi pochi beni.

In “Alla stazione” ci troviamo negli anni del conflitto mondiale e dalla stazione passano treni carichi di armi, viveri, arrestati e quant’altro. Il protagonista del racconto, un ligio ufficiale, si trova dinanzi un uomo che non ha documenti e che dice che il treno sul quale viaggiava è partito inaspettatamente lasciandolo a terra e che ora, sta tentando di ricongiungersi con la sua divisione. Nell’ambito dei controlli sulla posizione del viaggiatore i due uomini chiacchierano del più e del meno e l’ufficiale si sorprende a provare una viva simpatia per quest’uomo che risulta essere un attore e che rappresenta per lui il contatto con una vita piacevole e interessante che a causa della guerra non esiste più ma una semplice domanda, a cui l’altro non sa rispondere, insinua un sospetto: che sia un millantatore? Un traditore della Patria? Nel dubbio, il ligio ufficiale lo farà arrestare.

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