“Dal rumore bianco” di Mariano Bàino

La prima volta che ho sentito parlare di Mariano Bàino risale a quasi dieci anni fa ed è stato da parte di un comune amico. Sapevo che fosse poeta e nonostante l’interesse mai ne avevo letto un solo verso. Poi quest’anno “Ad est dell’equatore” pubblica un suo lavoro. Non poesia ma narrativa. Un giallo. Sui generis. Sempre quest’anno, la settimana scorsa, complice il nostro amico comune, ad Ischia si è fatta una presentazione del libro. Che ho acquistato. Che Bàino sia poeta lo si capisce da subito, coloro i quali s’aspettano un giallo come quelli che ultimamente vengono pubblicati, veloce, brutale, matematico nel suo evolversi rimarrà deluso e farebbe bene a lasciar perdere. Coloro i quali invece hanno dimestichezza con Napoli e quel sentimento sul filo del rasoio, tra amore e odio, per la città, ne rimarranno incantati. Abbiamo detto che il libro è un giallo, c’è un vice commissario, la Questura, un caso di camorra importante e un altro un po’ meno che coinvolge la sparizione di una giovane donna. Sullo sfondo la Napoli del secondo dopoguerra, quella che vive di contrabbando e che vede i vincitori, gli americani, fare da signori ovunque, ai quali si sacrificano volentieri le potenzialità ad esempio del porto, che potrebbe essere trampolino di rilancio. In questo contesto ciò che conta, infondo, non è neanche tanto la storia, che offre più che altro lo spunto per una serie di considerazioni sulla città che sono tutt’oggi attualissime perché trovano appunto radice in quei tempi ma Napoli e i suoi abitanti, questo immenso popolo che si è voluto lasciar divenire plebe, un popolo che vive una sua vita completamente disgiunta dai poteri che lo governano, con un suo linguaggio, una sua lingua, lingua alla quale Bàino dà come mai una sua dignità, riuscendo a smussare le espressione più intrise di violenza, quelle che a un orecchio non allenato a certe musicalità potrebbero sembrare volgari ed invece sono spesso intrise di una certa malinconia che da sempre permea il carattere della città. Ecco, questo libro va letto per la lingua, per quest’altalena lessicale che senza soluzione di continuità ci porta dal popolo alla plebe, tanto che alla fine, anche se della giovane donna scomparsa non si saprà nulla, poco ci importa.

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