“Lo scrittore e l’altro” di Carlos Liscano

Il blocco dello scrittore, quell’impossibilità ad esprimersi che ingenuamente quelli che scrittori non sono credono essere quasi un vezzo d’artista, più che un vero e proprio handicap. Per intenderci: come se un bel mattino un maratoneta scendesse dal letto e si rendesse conto che le sue gambe non rispondono più agli stimoli che ricevono.

Liscano si trova in questo particolarissimo momento e, come confessa, quotidianamente ci prova a scrivere ma “Mi distraggo. Mi inganno.” e così noi lo vediamo – per così dire – che si gira la penna tra le mani e pensa, riflette, buttando giù una personalissima autobiografia, dura, oltre che disillusa, verrebbe da dire cattiva, a tratti amara fino alla disperazione, passando dal fallimento dello scrittore, finzione di un altro che si ritrova a fare da servo ad una propria proiezione, dedicandoglisi vita natural durante, passando per la precarietà della vita, dei rapporti con gli altri, del tempo che passa e di quello che lui ha passato in prigione, tredici anni, prigione che infondo gli è rimasta attaccata addosso e che si porta sempre dietro, come una personalissima gabbia nella quale rifugiarsi quando tutto ciò che ci circonda ci delude.

Un cazzotto nello stomaco, di una bellezza triste e fragile.

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