“Borgo Propizio” di Loredana Limone

Questa volta sono un poco in difficoltà a scrivere di una lettura, ma non posso sottrarmi. Perché conosco l’autrice. Ed è appunto per questo, che mi è difficile scrivere cosa ne penso. Perché, per lo più, non mi è piaciuto. O meglio.

Borgo Propizio è un paesino sperduto non si sa dove in Italia, ma potrebbe essere veramente il paesino delle nostra infanzia, quello da dove vengono i nostri genitori o quello dove sono rimasti ad abitare dei lontani parenti. Un paesino che lentamente ha visto allontanarsi i suoi abitanti e che ora, come sempre più spesso avviene, vede ripopolarsi le proprie strade da chi decide di ritornare sui propri passi e/o abbraccia una qualità della vita diversa, che possiamo identificare con quanto predicato dalla teoria della decrescita. Dunque, dicevamo, in questo paesino non meglio identificato, ma dal nome evocativo, una giovane ragazza decide di aprire un’attività in un vecchio negozio sul quale aleggia la leggenda a tinte fosche di un fantasma. Niente di che, se non fosse che questa nuova attività, in questo borgo quasi del tutto spopolato, è una latteria. Incarnazione dei desiderata di questa giovane figlia unica di una coppia scoppiata che si riunirà, la latteria è il vero protagonista di questo romanzo, simbolo del ritorno a tempi e gusti del passato, sorta di ritorno alle origini che con semplicità è in grado, oggi come allora, di dare piccole soddisfazioni che insaporiscono il quotidiano, anche se questo non è glamour quanto i tempi attuali richiedono. Attorno alla latteria e alla sua proprietaria ruotano tutta una serie di personaggi, per lo più caricature: le sorelle zitelle che si amano/odiano, il muratore con il Mercedes, la zia anzianotta iperattiva, le chiacchiere di paese…. Tutto un mondo la cui esistenza non è assolutamente in dubbio ma che qui prende troppo il sopravvento. La trama è ben ordita ma bisogna essere amatori del genere – ed io non lo sono – per apprezzare questo romanzo, che pure è ben scritto. Si legge chiaramente che l’autrice ha fatto un gran lavoro nella scelta delle parole e devo dire che in alcuni punti sono stata veramente conquistata dal brio narrativo, ma il rosa non è il mio colore, e certe sviolinate non mi  hanno conquistato anzi, mi hanno un poco infastidito, come d’altronde l’infarcire spesso la narrazione di modi di dire che, a mio giudizio, mortificano il lavoro fatto per rendere originale il tutto.

Questione di gusti, ma credo che se l’autrice, nel prossimo romanzo, abbandonerà un poco la sua propensione al rosa e accentuerà invece di più la sua scrittura creativa, farà meglio.

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