“La casa bianca” di Herman Bang

Quando avrete questo libro tra le mani non dovrete far altro che chiudere gli occhi e posizionarvi nel magnifico giardino della copertina e, seguendo il vialetto di ghiaia, entrare per partecipare alla vita della famiglia che abita la casa bianca. Nella casa bianca c’è tutto un piccolo mondo che ruota principalmente attorno alla figura della madre (e a me viene da pensare che Virginia Woolf può avere letto il libro prima di scrivere “Gita al faro”), una donna che sembra spensierata, leggera, ma che in verità è profondamente malinconica, se non triste, come le canzoni che canta, una donna profondamente divisa tra i desideri che la animano e le convenzioni della società che la frenano. Leggendo questo racconto, ancor prima di scoprire la bella postfazione di Luca Scarlini, si ha la sensazione di essere in un quadro “impressionista”, l’impressione è decisamente più forte nella descrizione degli abiti e nei leggeri movimenti che compie la madre quando gioca con le sue amiche o quando danza con i propri figli. Sullo sfondo la figura paterna, che di tanto in tanto funge da richiamo all’ordine, alle convenzioni, priva di leggerezza, come quando posa il suo regalo per la madre e, così com’era arrivato, silenziosamente se ne va. In questo senso, così come il colore bianco della casa, e i colori pastello che idealmente definiscono la madre e il suo mondo ricordano l’infanzia, la felicità, la spensieratezza, così gli abiti scuri delle vecchie zie ricordano quel mondo triste e bigotto, dove l’amore può anche non esistere, che è la società danese di quel tempo.

Annunci