“Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller

Ovviamente dicendo che ci troviamo di fronte ad un capolavoro dico l’ovvio e lo stesso vale quando dico che è un’opera lungimirante, senza tempo, o meglio, valida in ogni tempo e forse in questo più che mai.

Willy Loman è un commesso viaggiatore, un uomo che nella sua vita, con i suoi campionari, vendeva sogni, su e giù per le strade americane. La promessa che ognuno, poco a poco, poteva raggiungere le cose, il tenore di vita di chi aveva avuto successo. E Willy è convinto che il suo paese sia il paese delle opportunità, quello in cui basta crederci e ti si spalanco le porte: intraprendenza e un bel sorriso e ce la farai. Alleva così anche i suoi due figli, Biff in particolare, per il quale stravede. Con una sapiente costruzione narrativa fatta di frequenti flash-back vediamo l’educazione di questo ragazzo, fatta principalmente di sproni a riuscire, incitamento dell’Io quasi di impianto calvinista, dove il fatto si essere belli e in salute, capaci nello sport, è il chiaro segnale che si è stati prescelti, la possibilità di andare all’università solo per queste capacità e non perché si è buoni studenti. Ed è al momento in cui si è quasi certi che Biff riuscirà ad andare all’università che il sogno americano comincia a incrinarsi: il professore di matematica, non succube del suo fascino, ma infastidito da questo ragazzo pieno di sé che guarda con sufficienza chi studia, chi si impegna sul serio, lo boccerà. Ma il primo vero colpo al sogno americano di Biff verrà dato dal padre, scoperto a tradire la moglie, tradimento che il ragazzo vedrà come il dissolversi in un mondo in cui ha sempre creduto e per cui riterrà non valga la pena più impegnarsi. Il padre questo sembra non volerlo capire anzi, sembra che egli abbia del tutto rimosso quell’avvenimento e pertanto continuerà a non capire perché Biff non abbia voluto impegnarsi un po’ di più per realizzare quel sogno americano che era lì, a portata di mano, con le sue capacità sarebbe bastato poco e… E invece Biff non ne può più, in un terribile incontro al ristorante tra il padre e i due figli, quest’ultimo tenterà di ragionare seriamente con il padre, mostrandogli la realtà quale essa è ma, Willy, non l’accetterà, incrollabile nella sua fede nel mito americano che ha visto realizzarsi per molti si rifugerà nel suo mondo e preferirà morire piuttosto che riconoscerne il fallimento che invece proprio la sua morte sancirà. Resterà solo Linda, la sua fedele e comprensiva moglie, a non riconoscerlo tanto che sulla tomba del marito, dirà: “Perdonami, caro. Non riesco a piangere. Non so come mai, ma non riesco a piangere. Non capisco. Perché hai dovuto farlo? Aiutami, Willy, non riesco a piangere. Mi sembra che tu sia partito per uno dei tuoi giri. Continuo a aspettarti. Willy, caro, non riesco a piangere. Perché lo hai fatto? Frugo e frugo e frugo, ma non riesco a capire, Willy. Oggi o pagato l’ultima rata della casa. Oggi, caro. E a casa non c’è più nessuno. (Un singhiozzo le sale alla gola) Abbiamo pagato tutti i debiti. (Piangendo senza più limite, liberamente) Siamo liberi. (Biff viene lentamente verso di lei) Siamo liberi… Siamo liberi…)”

Ho avuto l’incredibile fortuna di acquistare questa versione piuttosto che un’altra che è veramente ricca di riflessioni critiche e di foto di varie rappresentazioni passate. E ciò che si arguisce anche dalle foto è, come detto, che quella di Willy Loman e dei suoi figli è una storia senza tempo, valida in ogni tempo.

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