“Walk on the wild side” di Nelson Algren

Il nome Nelson Algren mi è caduto sotto gli occhi quando, attorno ai vent’anni, ho letto l’autobiografia di Simone De Beauvoir. Come non rimanere affascinata dalla descrizione della De Beauvoir? Sì, certo, lei non poteva essere imparziale ma ad ogni modo, dal suo racconto veniva fuori un uomo taciturno, un po’ orso, grande scrittore ma… Com’è che tolta la scrittrice francese pochi altri, per non dire nessuno, ne parlava? E così, fino a quando non ho letto biografie di Hemingway, l’anno scorso, posso mettere la mano sul fuoco, il suo nome non mi è capitato più sotto gli occhi. Un giorno, mentre sfogliavo il catalogo della Minimum Fax, ero indecisa tra questo titolo e “Revolutionary road”. Decido per il secondo ma, giunta a casa, mi ritrovo il libro di Algren. Destino?

Sullo sfondo degli anni ’30, in un’ America in piena Grande Depressione, un giovane ragazzo, che non sa né leggere né scrivere, emblema di un paese ancora molto arretrato nelle sue zone più remote, abbandona il suo polveroso paese nel Texas, dando così inizio a un viaggio nel lato selvaggio del paese che lo porterà a New Orleans, covo di truffatori, puttane, papponi, storpi, dove anche le leggi razziali che pure si conoscono, cedono il passo davanti agli interessi, ai traffici, di questa nutrita compagine di personaggi che spesso si passano il testimone mostrandoci ognuno una faccia del prisma: ruvida, graffiante ma mai commiseratoria. Dove Linkhorn (Dove è il nome del protagonista) finisce qui, tra gli ultimi, tra i negletti, una sorta di corte dei miracoli, in un mondo dove ognuno contempla il proprio sogno americano andato in frantumi conscio che non ce ne sarà un altro, dove in fin dei conti è meglio accontentarsi di quello che si ha, mettere da parte qualche soldo in un modo o nell’altro, ma soprattutto tirare sempre acqua al proprio mulino, un mondo dove i sentimenti valgono per il tempo che trovano e l’unica spinta è quella di trovare il modo di salvarsi la pelle, non importa se questo deve avvenire a spese di qualcun’altro.

La prosa di Algren ci accompagna con pazienza in questo mondo, senza mai puntare il dito contro nessuno e mostrando semplicemente come e perché, delle giovani ragazze diventino perdute, degli uomini si diano all’alcol e non riescano a trovare un posto nella vita o di come, in attesa della vera svolta, rappresentata unicamente dal denaro, che così come viene, così va, ma che è l’unica cosa che sembra valore alle persone, si lascino portare dagli eventi. In questo romanzo scritto nel 1956 ritroviamo un sacco di espressioni, di considerazioni, che in questi anni di crisi noi tutti abbiamo ascoltato, oggi come allora, migliaia di volte, a riprova del fatto che il vero fallimento non è delle persone, ma del sistema economico che regola le loro vite: il capitalismo. La faccia di un’America che pare non aver mai vissuto i ruggenti anni ’20, lontana anni luce da quella promessa di opportunità per tutti, dove i tutti in verità erano chiaramente solo i bianchi. Un paese dominato dalle contraddizioni e da forte divisioni, in cui ci si aggrappa al poco che si ha e dove la Coca Cola, bevanda simbolo di questo paese, è usata dalle prostitute di Perdido Street per fare lavande vaginali in vecchi catini scrostati. Assolutamente un autore da riscoprire.

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