“Lu campo di girasoli” di Andrej Longo

Andrej Longo è ischitano, come me. Anzi, di più, è del mio stesso comune. Così, una sera, verso la fine dell’estate, all’osservatorio geofisico di Casamicciola, uno dei più antichi d’Europa, s’è tenuta una presentazione di questo libro. Quest’ultimo lavoro di Longo nasce da un sogno, e spesso, i sogni si confondono con i ricordi. In questa esperienza onirica, che Longo ci ha raccontato, egli vede una ragazzina in bici che si slancia verso un campo, un campo di girasoli: l’estate, la gioia, il caldo, ore che si susseguono pigramente in giorni che sembrano interminabili (come il titolo del primo capitolo “Mancava nu picca pì fa li cinche” suggerisce). Da qui prende vita la storia tra Caterina e Lorenzo, dai connotati quasi di favola, nostrani Romeo e Giulietta, che vivono il loro primo giovane amore in una campagna che è quella del Meridione, senza specificazione, luogo dell’immaginario, in un giorno di festa che è quello del Santo patrono, Santu Vito Liberatore (omaggio a San Vito dei Normanni, paese natio del padre). In questo luogo senza coordinate spaziali, il tempo è scandito dalla lingua, un dialetto arricchito da parole straniere che oggigiorno sono di uso corrente, che è voce corale di tutti i popoli del sud, amalgamato sapientemente dall’autore con elementi dialettali salentini, napoletani, tarantini, siciliani, tanto da oltrepassare la sola funzione narrativa per diventare musica, rappresentazione figurata nel momento in cui Longo legge alcuni estratti del libro. Come in una favola il bene e il male sono ben definiti ma, differentemente da quanto accade nelle favole, i personaggi si evolvono, non tornano al punto di partenza ma sono lanciati verso la vita, pedalata dopo pedalata, così come i girasoli seguono il sole, “sfarfagliando”, per dirla con Longo.

La lingua qui costruita da Longo è bellissima, bellezza che viene chiaramente percepita quando si leggono a viva voce alcuni brani,  è però da dire che a tratti è decisamente ostica e che bisogna affrontare il libro con calma, come se si fosse sulla fine dell’estate e il caldo lasciasse agio di fare le cose senza fretta.

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