“Ballata per la figlia del macellaio” di Peter Manseau

Questo romanzo è un po’ come il quadro in copertina di Chagall: fiabesco. Nel 2008 leggo una recensione di questo libro e lo aggiungo alla mia interminabile lista di libri da leggere. Solo che tolta la Feltrinelli di Napoli a via Toledo, e giusto poco prima dopo la sua pubblicazione, non lo vedo da nessuna parte. Fino a quando un giorno lo trovo in offerta speciale e lo acquisto. Nonostante non ne avessi più sentito parlare.

Itsik Malpesh è un poeta. Il più grande poeta di lingua yiddish. Possiamo dire che purtroppo la sua fama non è così estesa a causa proprio del suo idioma. Avrebbe avuto, e ne ha ancora, bisogno di un traduttore. Ed è proprio il traduttore, un ragazzo cattolico che lavora al Jewish Cultural Organization, un’organizzazione che ha come scopo quello di tramandare la cultura del popolo ebraico e che riceve in donazione migliaia di libri da ogni angolo dell’America, che ci racconta la storia traducendo i taccuini di Malpesh.

La storia di Malpesh ha origini molto lontane, nel tempo e nello spazio. Parte da Kishinev, città fiorente del all’epoca sterminato impero russo, prima della nascita del nostro poeta. Itsik nasce in un giorno di pogrom, in una famiglia di agiati ebrei che devono la loro posizione a un’invenzione del padre che ha consentito alla ditta dove lavora, una fabbrica di piumini, di aumentare notevolmente la produzione. Così Malpesh senior passa dallo spalare merda di oche a essere il direttore della fabbrica, carica che ritiene lo protegga dall’antisemitismo strisciante della città. Così non è. Lo scoprirà appunto il giorno della nascita di suo figlio, quando quelli che fino al giorno prima erano i suoi dipendenti, entreranno in casa sua e tenteranno di stuprare le sue figlie e non arretreranno neanche dinanzi a sua moglie impegnata a partorire. La leggenda vorrà che la figlia del macellaio, affidata alla famiglia Malpesh prima che il padre venga trucidato, fermi a soli quattro anni, con il suo piccolo pugno levato, la violenza che non retrocede  davanti a nulla. Da qui in poi il più grande poeta di lingua yiddish diventa protagonista della sua vita e lo seguiamo mentre scopre un mondo nuovo attraverso i libri scritti in un’altra lingua che non credeva di conoscer; mentre fugge dai khapper, rapitori di bambini ebrei;, mentre giunge ad Odessa credendo di ritrovare la donna che egli crede essere a lui predestinata, Sasha, la figlia del macellaio, sua Musa, per cui scrive da sempre poesie; mentre viene imbarcato per l’America e nel nuovo mondo cerca un posto per sé e per la propria poesia, fino a quando a causa di quest’ultima, il suo mondo composto poco a poco con molti sacrifici, comincia ad incrinarsi.

Sullo sfondo di questo amore c’è la non sempre facile storia degli ebrei d’Europa, da sempre visti come il capro espiatorio di ogni calamità, ammirati e temuti per il loro ingegno, popolo errante che anche in Terra Promessa non trova pace, i cui figli tra loro non sempre vivono in fratellanza. Un bellissimo affresco di questo popolo, della sua lingua, lo yiddish, quasi la sola cosa che è riuscito a portare intatta con sé dal vecchio continente al nuovo, fino a quando la necessità dell’integrazione ha portato a un lento abbandono di questa a favore dell’inglese. È a causa di questa evoluzione che Malpesh, nonostante da sempre convinto che la sua lingua non è solo medium espressivo, ma essenza stessa della sua arte, cercherà un traduttore per le sue poesie.

Un romanzo che rende omaggio alla narrazione, sotto forma di lingua e di libro, il vero co-protagonista del poeta Malpesh, con continui omaggi al mondo della alta letteratura, da Dostoevskij il cui Raskolnikov influenzerà le azioni del giovane Itsik, a Dickens dal cui Oliver Twist il suo amico Chaim, incarnazione dell’ebreo che con l’ingegno si tira fuori dalla miseria seppur non troppo limpidamente, troverà spunto per mettere su i suoi piccoli traffici.

Nel 2008 ha vinto il National Jewish Book Award.

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