“Moi René Tardi prisonier de guerre au Stalag II B” di Jacques Tardi

I lettori italiani dovranno pazientare ancora chissà quanto per leggere quest’ultimo lavoro di Jacques Tardi, passato al colore da sua figlia, Rachel. Con la speranza che sia il prima possibile e che sia tradotto sapientemente, io che fortunatamente l’ho letto da poco, ve ne parlo un po’.

La storia raccontata è quella del padre di Jacques, René per l’appunto, ma è al tempo stesso una storia collettiva, infatti la sorte toccata a suo padre è stata condivisa da molti altri soldati francesi e europei. Nulla chiarisce di più questo punto come le due piccole introduzioni all’inizio del libro, la prima di Dominique Grange, compagna di Tardi, il cui padre visse la stessa esperienza e quella di Jacques. Entrambi figli di guerra, Dominique e Jacques, rendono omaggio ai loro padri, a questi e altri uomini ritornati in patria dopo anni di detenzione completamenti cambiati, depressi o sempre arrabbiati, incapaci di metabolizzare quanto gli era accaduto e di gioire della liberazione. Per anni la fame, la paura delle privazioni, lo sconforto li perseguiteranno, incompresi da tutti coloro che non hanno partecipato della disfatta della Francia così come loro l’hanno vissuta, vivranno tutta la loro vita come umiliati dalla storia. Tardi ammette di aver capito suo padre solo molto tardi, di averlo cominciato ad ascoltare solo da adulto, quando costruitasi una propria vita, ha potuto superare quella rabbia che i silenzi di suo padre gli procuravano da bambino e da adolescente, quando gli rinfacciava il suo passato militare (René si era arruolato volontario già nel ’37), chiedendogli di mettere in ordine cronologico quei ricordi che aveva raccontato durante tanti pranzi famigliari. Da tre quaderni scritti da suo padre, pieni di appunti, alle volte corredati di disegni maggiormente esplicativi, e da una approfondita ricerca, prende vita questo umanissimo fumetto. La storia è raccontata da Tardi padre, inizialmente mentre guida il suo carro armato (non si dice Tank!). Spiega al piccolo Jacques che è lì che lo segue su campi squassati dal passaggio delle truppe, in villaggi abbandonati e messi a ferro e fuoco dagli invasori, le ragioni che l’hanno portato a partire volontario, della convinzione che la Francia fosse imbattibile e che dopo il ’14-’18 non fosse possibile una nuova carneficina. Purtroppo René è costretto a riconoscere quasi subito l’amara realtà e, prima ancora che Parigi venga presa dai tedeschi, verrà fatto prigioniero e spedito in un campo di concentramento per prigionieri di guerra, in Pomerania. Qui René Tardi, seguito da suo figlio, che poco a poco comincia a prendere coscienza della terribile esperienza che ha vissuto suo padre e di come questa l’abbia per sempre segnato, ci mostra la vita quotidiana dei prigionieri di guerra: francesi, polacchi, russi, americani… Tutti. Riconoscendo che alcuni, e i francesi tra questi, hanno avuto più fortuna di altri. Jacques Tardi rappresenta altrettanto meticolosamente che i racconti di suo padre questa prigionia durata quattro anni e otto mesi, raccontando le privazioni, la fame, le torture, il freddo, la solitudine, la sorda rabbia e il disprezzo dei prigionieri per la Francia collaborazionista, facendolo con il linguaggio che suo padre, e altre migliaia di uomini, hanno utilizzato per lunghissimi anni e che infondo non smetteranno mai di utilizzare, un linguaggio che in seguito unirà e farà sentire meno soli tutti i prigionieri ritornati ai propri paesi. Non fosse per il tema verrebbe da dire un libro assolutamente bello. Attraverso le quasi duecento tavole seguiamo padre e figlio lungo l’evoluzione della  Storia e del loro rapporto, è sotto i nostri occhi che il piccolo Jacques cambia modo di approcciarsi al padre, che smette di deriderlo perché è stato così stupido da arruolarsi volontario e comincia a comprendere come la sofferenza, non solo della prigionia, ma anche del ritorno (nel futuro secondo volume), abbia potuto costruire un muro tra lui e tutti coloro i quali non hanno vissuto quella terribile esperienza.

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