La scuola di Resina – nella collezione della provincia di Napoli e da raccolte pubbliche e private

Un motivo in più per andare a visitare il Pio Monte della Misericordia di Napoli, oltre alle “Opere di Misericordia” di Caravaggio, per chi ancora non l’avesse visitato, è offerto da questa piccola, ma ottimamente curata, esposizione.

La Scuola di Resina, altrimenti conosciuta come Repubblica di Portici, perché gli artisti principali di questa corrente pittorica solevano incontrarsi presso lo studio dell’artista De Gregorio, alla reggia di Portici, e perché gli attivisti del movimento pittorico si riconoscevano in ideali anarco-socialisti, tanto che la loro era una comunione oltre che di spirito, anche materiale, si innesta sul nuovo modo di raffigurare la natura, in modo decisamente anti-accademico, lasciandosi alle spalle il modo della Scuola di Posillipo e trovando una maggiore affinità con il movimento toscano dei Macchiaioli. D’altronde in questo periodo in prosa viene affermandosi la corrente letteraria del verismo, i cui punti fermi sono una raffigurazione del vero per quello che è, una riscoperta del mondo, del popolo, degli spazi aperti che sono fuori delle città. I dipinti esposti, provenienti dalla collezione della Provincia di Napoli e da privati, hanno per soggetto tutti scene all’aperto, dalla campagna che si apriva immensa tra Napoli e i paesi alla falde del Vesuvio, le sponde dei fiumi dove di tanto in tanto si incontrano figure dedite alle pesca, paesaggi e scorci rurali, le isole di Ischia e Capri dove il gruppo d’artisti spesso si recava; unico omaggio alla città di Napoli, il bosco di Capodimonte, che i giochi di luce del fogliame rendevano per questi artisti estremamente interessante. Tra le trenta tele esposte il nome più noto a tutti è certamente quello di De Nittis, presente con tre piccole tele, che fece da subito parte della scuola e che tornerà a visitare i suoi compagni almeno due volte. Il lustro di questo nome non deve però distrarre dagli altri validissimi artisti presenti e forse meno noti al grande pubblico, quali, in particolare, Alceste Campriani, l’unico della scuola forse a indugiare di più sulla rappresentazione maggiormente particolareggiata della figura umana, a cui si deve il bellissimo “Donna con capre”, Alfonso Simonetti che, in “Studio di case coloniche”, rende perfettamente un deserto e assolato primo pomeriggio estivo dove tutto è come ovattato e i movimenti lenti e, soprattutto, non bisogna trascurare colui attorno il quale tutti questi artisti si riunivano: Marco De Gregorio. Di cui, per campanilismo, cito “Il villaggio di Lacco Ameno (l’ultima ora del dì)” dove una piccola processione di donne e bambini, al seguito di un prete, con un ombrello blu, torna probabilmente a casa, passando tra gente che ancora lavora i campi e galline che razzolano libere, come liberi dovevano sentirsi i pittori di questa corrente artistica.

Tutti i dipinti rapiscono per la luce che sanno catturare e riflettere, con pennellate sporche, mai troppo attente di richiamare ogni dettaglio, le figure il più delle volte sono solo abbozzate e viste in distanza, piccole macchie in spazi sterminati dove dominano le tonalità dei verdi, dei gialli, degli azzurri, ciò che è più evidente nei paesaggi marini mentre quelli locustri sono avvolti come da una leggera nebbiolina che richiama l’umidità che permea questi luoghi ma, il grosso merito di questa scuola, è quello di aver liberato un tema, quello paesaggistico, da un certo manierismo che a tratti rendeva i protagonisti del mondo rurale, villici, animali e paesaggi, quasi una caricatura, e di aver loro dato loro una nuova dignità, richiamandoli a partecipare della modernità: non più come accessori di un mondo lontano dai fasti dei palazzi nobiliari ma come realtà nella quale tutto è luce e leggerezza.

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