“Essendo capace di intendere e di volere” di Salvatore De Matteis

Voleva essere una lettura decongestionante dopo un’infilata di saggi e, tolta qualche risata spontanea, è quello che l’autore indica in prefazione: una finestra sull’animo umano che si appresta al trapasso.

Questo libro, capitatomi per caso tra le mani, è una selezione di testamenti olografi a cavallo, grosso modo, di un secolo, messa insieme da Salvatore De Matteis, avvocato e giornalista, sovrintendente dell’Archivio notarile di Napoli che inoltre, al termine del libro, spiega anche pregi e difetti dei vari tipi di testamento

Sono tante e varie le cose a cui viene da pensare leggendo questo libro.

Inizialmente il fatto che la maggior parte sono testamenti scritti da uomini e che anche quando le ultime volontà sono espresse in anni non troppo lontani dai nostri, palesano una cultura fortemente maschilista e patriarcale dove alle donne, generalmente le proprie mogli, vengono additati tutti i problemi possibili e immaginabili. In secondo luogo ci offre una popolazione ancora fortemente devota e che lega i propri averi in cambio di messe cantate (in alcuni casi anche per dieci anni) o simili cure.

Ci sono testamenti bellissimi, primo fra tutti quello di un nobile decaduto napoletano che estrema lucidità racconta della sua vita e mostra uno spaccato interessantissimo della società del suo tempo e che, in fin dei conti, avendo avuto sia ricchezza che povertà dalla vita, facendo due conti, conviene che vi sia più umanità tra le persone nella seconda condizione che nella prima.

Alcuni testamenti sono quindi intrisi di una forte vena malinconica, altri fanno ridere per la loro semplicità di spirito, altri ci fanno arrossire per l’intrisa crudeltà di alcuni giudizi sui parenti a cui si lascia in eredità i beni posseduti nella vita terrena… Quello che è certo è che tutti insieme, come giustamente aveva visto Totò nella sua celebre “Á Livella”, mettono a nudo come e quanto gli esseri umani, giunti alla fine della loro vita, siano tutti molto più simili di quanto le distanze sociali e culturali durante la vita terrena possano far credere.

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